PROGETTO DI LEGGE - N. 7430
Nell'anno 2025 metà della
popolazione mondiale sarà a secco. Più di 3 miliardi di esseri umani avranno
problemi di approvigionamento idrico. Naturalmente l'acqua mancherà anche alle
altre specie con cui dividiamo il pianeta. Il che vuol dire che il ritmo di
estinzione aumenterà creando un effetto boomerang; maggiore degrado,
minore disponibilità di cibo, riduzione delle aree verdi.
La previsione è contenuta in un
rapporto dell'Istituto delle risorse mondiali presentato a East Lansing, nel
Michigan. Nello studio si ricorda che i problemi non si distribuiranno in
maniera omogenea: ci saranno aree, generalmente quelle già idricamente ricche,
in cui l'acqua diventerà ancora più abbondante e altre in cui avanzerà il
deserto.
Calcolando che quattro persone
su dieci vivono in zone in cui l'acqua scarseggia e che queste stesse zone sono
quasi sempre le più prolifiche, si comprende come lo scenario indichi una forte
accelerazione degli squilibri geopolitici e una crescita dei profughi
ambientali.
Già oggi 67 milioni di persone
del Nord Africa e 145 milioni nel Sahel sono minacciati dalla desertificazione:
più di 200 milioni di esseri umani non hanno altra scelta che spostarsi verso
le città della costa che, non potendo accoglierli, li spingono ancora più
lontano. Nel 2025 il numero dei profughi ambientali potrebbe quadruplicare. Una
pressione che diventerebbe spaventosa anche nel bacino del Mediterraneo,
trasformato in una linea di faglia demografica e ambientale: nel nord la
disponibilità di acqua è destinata a crescere (si potrebbe arrivare a 2 mila
metri cubi all'anno per abitante, molto più del fabbisogno), nell'area
mediterranea si dimezzerà.
In questo scenario anche
l'Italia si troverebbe spaccata in due: il 27 per cento del territorio è già
minacciato dall'inaridimento e un italiano su tre non può aprire i rubinetti
con tranquillità (la percentuale sale a oltre il 70 per cento nelle isole). La
desertificazione tende ad avanzare in Sicilia, Sardegna, Puglia, Calabria e
Basilicata, mentre le alluvioni battono con sempre maggiore insistenza le
regioni settentrionali.
Quello disegnato dall'Istituto
delle risorse mondiali è un quadro catastrofico, presentato lo stesso giorno in
cui un altro ricercatore americano, Richardson Gill, rendeva pubblica una
ricerca sull'uso dell'acqua come fattore chiave dello sviluppo e del declino di
intere civiltà. Secondo Richardson Gill, sarebbero stati due secoli di
terribile siccità a causare la scomparsa dei Maya in Messico, uccidendo tra i
cinque e i dieci milioni di indios: la sopravvivenza della maggior parte delle
città dipendeva dalle piogge e dai grandi serbatoi d'acqua che si dovevano
riempire ogni anno.
La teoria si basa sul
ritrovamento di enormi croste di solfato di calcio sul fondo dei laghi dello
Yucatan, nelle zone vicino a cui vissero le popolazioni maya. In condizioni di
elevata siccità l'acqua evapora e il solfato di calcio precipita sul fondo
formando delle cappe, la cui consistenza permette di determinare la gravità del
problema.
Ritornando ai giorni nostri dei
40 mila chilometri cubi di acqua dolce che raggiungono la terra, solo 13.500
sono teoricamente disponibili per l'uso umano: circa 4 mila chilometri cubi ogni
anno vengono prelevati per soddisfare i bisogni di una umanità in continua
crescita.
Il 40 per cento della
popolazione mondiale, ovvero circa 2 miliardi e 200 milioni di esseri umani,
vive oggi in ottanta paesi classificati come aridi o semiaridi. E la percentuale
è destinata a crescere entro la metà del XXI secolo, fino a raggiungere il 65
per cento degli abitanti della terra. Ma non basta: la Banca mondiale ha
calcolato, recentemente, che l'acqua di 250 bacini fluviali (dal Nilo al Mekong)
è uno dei principali fattori di crisi, fino allo scoppio di conflitti bellici.
Il futuro è ancora più inquietante. Le generazioni prossime rischiano di
pagare un prezzo altissimo: la domanda di acqua, infatti, raddoppia ogni ventuno
anni e le risorse idriche mondiali vengono sfruttate oltre ogni limite di
sostenibilità, soprattutto nei paesi industrializzati. L'inquinamento, infine,
determina un progressivo peggioramento della qualità dell'acqua, rendendo
spesso indisponibile una risorsa già così gravemente stressata.
La situazione in Italia, con
consumi effettivi di acqua erogata mediamente attorno ai 380 litri (ma con
oscillazioni locali anche significative), pur non essendo drammatica come in
altre aree del pianeta, non è certo da sottovalutare: negli ultimi decenni si
sono moltiplicati gli eventi alluvionali catastrofici, l'inquinamento dei fiumi
e dei laghi non accenna a migliorare, la domanda di acqua, che in alcuni settori
sembra finalmente stabilizzata, in altri settori è destinata a crescere e a
concentrarsi in aree e periodi svantaggiosi (nel settore turistico, ad esempio,
la domanda di acqua potabile è in continua crescita e si concentra nei periodi
dell'anno più critici e in aree sfavorite come le isole e le zone costiere).
Definire, in questo quadro,
quale sia l'uso "sostenibile" dell'acqua non è cosa facile. Le
dimensioni rilevanti da considerare sono quella ecologica, quella economica e
quella sociale.
Se guardiamo agli aspetti
ecologici, il concetto di uso "sostenibile" dell'acqua potrebbe essere
interpretato come l'uso che non compromette le potenzialità future e che
interferisce il meno possibile con i cicli biogeochimici naturali legati
all'acqua.
L'interferenza si manifesta
innanzitutto attraverso lo sfruttamento delle risorse, per cui una parte sempre
più consistente della portata dei fiumi e falde viene sottratta alla
circolazione naturale e portata attraverso tubazioni artificiali in luoghi
spesso molto lontani dalla sua origine. Modificando il ciclo dell'acqua, però
si agisce anche sul ciclo sedimentario, perché l'acqua sottratta alla
circolazione - e le opere necessarie per sottrarla - comportano una sensibile
riduzione dei processi geomorfologici di erosione e sedimentazione.
L'uso "sostenibile" di
risorse idriche, dunque, è quello che ne sottrae la minor quantità possibile
alla circolazione naturale, ne consuma la minima parte e la restituisce il più
vicino possibile al punto di prelievo con caratteristiche qualitative più
vicine possibile a quelle di partenza. Mentre l'idea della sostenibilità
ecologica ancora fatica ad entrare nella prassi politico-amministrativa, quella
della sostenibilità economica dell'uso dell'acqua è ormai ampiamente recepita
anche a livello normativo. Il principio base è il cosiddetto "chi usa (o
chi inquina) paga". Secondo questo principio non è scontato che la
collettività debba farsi carico di garantire sempre e comunque la disponibilità
di acqua per tutti gli usi. Al contrario gli utilizzatori debbono sobbarcarsi
l'onere finanziario della gestione delle acque: dal prelievo alla distribuzione,
raccolta e depurazione degli scarichi.
Il concetto di sviluppo
sostenibile e la sua applicazione "politica" sancita dall'Agenda 21
della Conferenza di Rio de Janeiro, concernente, tra l'altro, la lotta contro la
desertificazione, ha una forte connotazione sociale: la possibilità di disporre
di una sufficiente quantità d'acqua di buona qualità per i propri bisogni è
tra i diritti riconosciuti di ogni cittadino.
In Italia, secondo una recente
stima, utilizzata anche dall'Istituto di ricerca sulle acque (IRSA) del
Consiglio nazionale delle ricerche, dei 52 miliardi di metri cubi disponibili
con le attuali capacità di regolazione, circa 40 sono effettivamente
utilizzati.
I dati disponibili sui consumi
civili sono ancora quelli della rilevazione ISTAT relativi al 1987, da cui si
evidenzia un forte aumento del prelievo idrico rispetto al decennio precedente,
accompagnato da un peggioramento dell'efficienza della distribuzione. Non
esistono dati nazionali relativi agli anni '90, ma un documento dell'IRSA
sostiene che la tendenza alla crescita del prelievo idrico per uso civile si è
arrestata: i dati della Federgasacqua mostrerebbero una sostanziale
stabilizzazione dei prelievi. Se prendiamo ad esempio la città di Roma il dato
sulla stabilizzazione dei prelievi sembra in effetti confermato: tra il 1988 e
il 1997 l'acqua captata è passata da 580 a 550 milioni di metri cubi l'anno.
Sulla base dello stesso esempio va rilevato però che l'efficienza non tende a
migliorare per tutti gli anni '90: tra il 1988 e il 1997 il differenziale tra
l'acqua addotta e l'acqua erogata oscilla costantemente tra il 30 e il 35 per
cento. Questa quota non include tutta l'acqua immessa in rete e non fatturata,
non include, quindi, le cosiddette "perdite apparenti", come le frodi
e gli sfori necessari a mantenere la pressione costante. Le perdite reali
ammonterebbero a circa il 20 per cento; d'altra parte, la situazione della
distribuzione in molte altre città è presumibilmente peggiore di quella di
Roma, per cui un valore del 30 per cento di perdite non sembra lontano dalla
media nazionale.
Sembra difficile concordare con
l'IRSA quando afferma che "è da attendersi in futuro, anche per effetto di
una politica tariffaria che trasferirà sul consumatore quasi per intero il
costo dell'acqua, che anche in Italia si determini a medio e lungo termine una
maggiore efficienza dell'acqua nell'uso domestico e negli altri usi connessi
alle reti urbane".
Il miglioramento dell'efficienza
nelle reti di distribuzione non dipende, infatti, dalle tariffe pagate
dall'utente all'ente gestore, ma dai canoni pagati dall'ente gestore allo Stato:
tali canoni sono ancor oggi assolutamente irrisori (circa 1 lira a metro cubo)
per giustificare investimenti consistenti come quelli necessari al miglioramento
dell'efficienza delle reti.
Per lo stesso motivo sembra poco
probabile, a meno che non si intervenga radicalmente sui canoni, che si
diffondano esperienze di razionalizzazione dell'utilizzo agricolo o di riuso
delle acque reflue. L'acqua per uso irriguo ha un canone di circa 2 centesimi a
metro cubo: se si considera che i costi di investimento per realizzare le opere
necessarie alle derivazioni d'acqua sono quasi sempre a carico pubblico è
evidente come sia preferibile, per un potenziale utilizzatore agricolo,
ricorrere ad acque superficiali piuttosto che ad acque usate.
Con l'approvazione della legge
10 maggio 1976, n. 319, cosiddetta "legge Merli", si avvia anche in
Italia una politica di gestione sostenibile delle risorse idriche. Questa legge,
seppure ormai largamente superata come impostazione, segna un punto di
discontinuità con una politica che, fino ad allora, aveva guardato alle acque
esclusivamente come una risorsa da sfruttare.
Da allora la cultura della
"sostenibilità" ha permeato sempre più profondamente la politica
idrica italiana e ha portato all'approvazione di leggi orientate a modificare
radicalmente il vecchio approccio "predatorio" alla gestione delle
acque, come la legge 18 maggio 1989, n. 183, recante norme per la difesa del
suolo e la legge 5 gennaio 1994, n. 36, recante norme in materia di risorse
idriche. Anche il recente decreto legislativo, 11 maggio 1999, n. 152, che
recepisce le direttive 91/271/CEE e 91/676/CEE, sebbene al di sotto delle
aspettative e delle potenzialità, va nella direzione di garantire una sempre
maggiore tutela delle acque e degli ecosistemi acquatici.
La citata legge n. 36 del 1994
ha sancito in maniera probabilmente definitiva l'avvento di una nuova cultura
dell'uso dell'acqua, basata sul principio che chi usa (o chi inquina) paga.
Questo principio va a sostituirsi ad una prassi consolidata, secondo cui la
disponibilità idrica rappresenta un diritto che deve essere soddisfatto
comunque, a spese della collettività, che spesso sopporta sia il costo
industriale dell'acqua che il costo esterno. Il costo esterno è quello che la
collettività deve sopportare per l'impossibilità di soddisfare usi alternativi
della risorsa idrica. Fra i costi esterni assume oggi particolare importanza
quello ambientale, determinato dalla incapacità del corso d'acqua di mantenere
condizioni adatte alla vita acquatica, dall'impatto sul paesaggio dovuto alla
permanenza di deflussi scarsi, dall'escursione del livello di invaso nei
serbatoi, dall'impatto visivo delle dighe, dal rischio idraulico, eccetera.
Occorre quindi "rifocalizzare"
progressivamente la politica delle infrastrutture idriche passando da una logica
di soddisfacimento indiscriminato dei fabbisogni ad una logica di mercato, ossia
di domanda. Vale a dire, l'utilità di una infrastruttura idrica deve essere
misurata sulla base del valore, privato e sociale, che l'infrastruttura genera.
La politica idrica deve essere
coerente con i princìpi dello sviluppo sostenibile e deve essere stabilmente
inserita nel quadro, più generale, della politica ambientale affinché siano
salvaguardati i diritti delle generazioni future.
Da questo approccio discendono
alcune importanti regole:
1)
non dovrebbero essere realizzate grandi opere di trasferimento, di acqua se non
dopo avere attentamente soppesato i benefìci economici e sociali con i costi
ambientali; eccezioni sono da ammettere forse nei casi in cui venga meno la
possibilità di garantire una disponibilità minima certa per gli usi essenziali
ma non per sussidiare attività economiche in perdita;
2)
la "politica della domanda" dovrebbe essere perseguita quanto, e forse
più, della "politica dell'offerta";
3)
è necessario "chiudere il cerchio" dei costi e dei benefìci entro un
ambito il più possibile locale, con un potenziale ruolo integrativo, e non
sostitutivo, per la finanza pubblica.
L'intervento finanziario dello
Stato e della finanza pubblica in genere deve essere residuale e finalizzato a
pochi obiettivi strategici. In linea di principio, l'intervento dello Stato deve
assumere una funzione residuale, integrativa e incentivante; deve e può darsi
l'obiettivo di correggere gli squilibri, ma deve appoggiarsi, anziché
sostituirsi, al circuito finanziario "normale" rappresentato dal
meccanismo tariffario.
Nello stesso tempo, pur senza
mettere in discussione un insieme di pratiche di consolidata efficacia, bisogna
tuttavia sottolineare che esiste uno spazio insoddisfatto di domanda di
tecnologie sviluppate che, se correttamente utilizzate, potrebbero portare
consistenti benefìci. Con la presente proposta di legge si intende stimolare
comportamenti virtuosi tali da garantire alle generazioni future un patrimonio
insostituibile per la vita: l'acqua.