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GLI OBIETTIVI DI RIFERIMENTO PER LA CAMPAGNA CLIMA
CAMBIAMENTI CLIMATICI

Il terzo rapporto appena pubblicato dall'IPCC, l'organismo scientifico internazionale costituito per lo studio dei cambiamenti climatici, ha sciolto ogni riserva sulla attribuzione alle attività umane di gran parte della responsabilità delle anomalie termiche e dei conseguenti eventi meteorologici registrati in modo particolare in questi ultimi 10 anni.
Questa certezza è evidenziata dal confronto dei seguenti dati.
Dal grafico seguente è evidente un aumento della temperatura media della superficie terrestre negli ultimi 60 anni, aumento particolarmente marcato negli ultimi 20 anni.

Figura 1: anomalie della temperatura media della superficie terrestre; il valore 0.00 rappresenta la temperatura media normale (15°C)

Nella successiva figura 2 si vede come nei medesimi anni si sia registrata una altrettanto rapida crescita della concentrazione di CO2. Anche lo sfasamento di circa 100 anni fra le due curve conferma le previsioni dei modelli climatici sui tempi di ritardo fra l'aumento di CO2 e la manifestazione dell'effetto di riscaldamento. Attualmente l'uomo immette ogni anno in atmosfera, attraverso i processi di combustione, circa 20 miliardi di tonnellate di CO2, valore enorme rispetto al fatto che l'atmosfera ne contiene complessivamente 700 miliardi di tonnellate.
Inoltre l'uomo sta distruggendo le foreste tropicali al ritmo folle di 17 milioni di ettari per anno provocando una immissione netta in atmosfera di 4.134 milioni di tonnellate di CO2, oltre a causare la perdita del relativo potenziale di fissazione del carbonio negli anni successivi.
L'IPCC ha inoltre rivisto in chiave peggiorativa le previsioni contenute nei suoi precedenti rapporti sulla entità dei cambiamenti in corso. Si prevede che la temperatura media della superficie terrestre possa crescere da 1,4 a 5,8°C. nel periodo 1990-2100.

Figura 2: Concentrazione atmosferica di anidride carbonica (CO2) dal 1750 al 2000

Gli effetti sulla meteorologia

Molte anomalie nei meccanismi meteorologici che regolano il clima già sono evidenti. In particolare si sono già notate importanti variazioni nei due grandi oscillatori climatici che influenzano la situazione meteorologica su gran parte del pianeta: El Niño Southern Oscillation (ENSO) e la North Atlantic Oscillation (NAO). Si tratta di vastissime aree di bassa pressione determinate dal riscaldamento delle superfici oceaniche, che periodicamente si instaurano rispettivamente sul Pacifico Meridionale e sull'Atlantico Settentrionale, modificando la circolazione dei venti e le precipitazioni, regolando l'alternanza di periodi asciutti e piovosi.
In particolare El Niño si verifica circa ogni 7 anni, portando copiose precipitazioni e tornados sull'America centro-meridionale, violenti uragani sull'intero Pacifico meridionale ed in Australia ed influenza anche il verificarsi di periodi di siccità in Africa Centro occidentale (Sahel). Il riscaldamento della superficie degli oceani che sta avvenendo a causa dei cambiamenti climatici porterà ad una maggiore frequenza di questo fenomeno e ad una maggiore temperatura di queste grandi masse d'aria: l'effetto atteso, in parte già osservabile, è una maggiore violenza e frequenza degli uragani, e più lunghi periodi di siccità nell'Africa Occidentale.
La North Atlantic Oscillation, che si basa sull'effetto combinato di una vasta area di bassa pressione localizzata sull'Islanda e di un campo di alte pressioni sulle Azzorre, regola i fenomeni meteorologici sul continente europeo. Dalla sua modifica, aggravata dall'influenza che El Niño esercita su di essa dipenderanno gli effetti dei cambiamenti climatici sull'Europa.
Quindi gli stessi meccanismi che regolano i fenomeni meteorologici verrebbero messi in crisi; in pratica nell'atmosfera si sta registrando un accumulo di energia termica che rende più violenti i fenomeni estremi. Ciò sta già accadendo, come dimostra il seguente elenco dei fenomeni di straordinaria violenza avvenuti in questi ultimi anni:

  • Nel maggio del 1999 un numero di tornados senza precedenti si abbatte sul Kansas, l'Oklahoma e il Texas, causando distruzioni e 50 morti.
  • Fra il 13 e il 17 settembre del 1999 l'uragano Floyd abbattutosi sulla Florida causa 56 morti e circa 4,2 miliardi di dollari di danni.
  • Nel mese di agosto 1999 piogge torrenziali eccezionali causano centinaia di morti in Corea e Filippine, ed un numero imprecisato di sfollati.
  • Sempre nel 1999 l'alluvione causata dal fiume Yangtze causa centinaia di morti ed oltre 2 milioni di sfollati.
  • Nel mese di ottobre 2 cicloni consecutivi provocano 10.000 morti nell'est dell'India.
  • Le piogge torrenziali che si abbattono fra il novembre ed il dicembre del 1999 sul Vietnam, causano 700 morti e un milione di sfollati.
  • A metà dicembre in Venezuela, un tornado di violenza senza precedenti causa circa 50.000 morti e 600.000 sfollati.
  • Fra dicembre 1999 e gennaio 2000 un inverno eccezionalmente rigido causa la morte di 2 milioni di capi di bestiame, lasciando oltre mezzo milione di persone con gravi carenze di alimenti.
  • Nel febbraio del 2000 una serie impressionante di cicloni devastano il territorio del Mozambico, provocando la peggiore alluvione della storia del paese, che lascia migliaia di morti, oltre 250.000 profughi e circa 1 milione di persone esposte a grave rischio di contrarre colera, malaria e meningite. Lo stesso evento causa 80.000 sfollati in Zimbabwe e 60.000 in Botswana.
  • Nello stesso periodo i cicloni che si abbattono sul Madagascar distruggono il 90% delle coltivazioni di riso e provocano epidemie di colera.

L'Italia verrebbe a trovarsi, secondo le previsioni, divisa in due fra due fasce climatiche ben marcate. Dovremmo avere al sud una forte riduzione delle precipitazioni su base annua con una concentrazione di pochi violenti fenomeni in pochi giorni che causerà la desertificazione di vaste aree pianeggianti, frane ed erosioni nelle aree montane. Viceversa al nord si avrebbe un aumento delle precipitazioni, anch'esse concentrate stagionalmente, che causerà alluvioni e dissesti sempre più frequenti.
L'andamento meteorologico di questi ultimi anni sembra in linea con queste previsioni, anche se rimane difficile pronunciarsi con certezza a causa di particolari situazioni microclimatiche che potrebbero crearsi smentendo almeno in parte le previsioni effettuate con i modelli climatici globali.
Il 2000 è stato infatti caratterizzato da forti anomalie meteorologiche anche in Italia.
Nei primi tre mesi si è verificata una scarsità di precipitazioni su tutto il paese. In Sardegna durante gennaio e febbraio le precipitazioni sono state dell 80% inferiori al normale. A Torino è stato il quarto inverno degli ultimi 150 anni per scarsità di precipitazioni. A Milano non si aveva una siccità simile dal 1764. Nel mese di febbraio in Liguria non ha mai piovuto e in Veneto son caduti 0,4 mm di pioggia contro una media per questo mese di 72,9 mm Si è riscontrato che il 27% del territorio nazionale è ormai a rischio di desertificazione. Durante il mese di marzo si sono verificate temperature superiori di ben 10°C rispetto alla norma. A un giugno molto afoso e caldo è seguito un luglio insolitamente freddo e piovoso al nord e secco al sud. Quindi un settembre con picchi di temperatura che hanno raggiunto i 37°C il giorno 20 a Palermo.
Mentre in autunno il sud continuava in generale a soffrire la siccità nel nord si verificavano precipitazioni eccezionalmente intense che causavano catastrofiche alluvioni:

  • 10 Settembre - Calabria, Soverato, improvvisa e violentissima tempesta di pioggia, un torrente esonda ed uccide13 persone in un camping.
  • 15 Ottobre - esondano molti fiumi nel nord, ed anche il Lago Maggiore e il Lago di Como causando 25 vittime.
  • 5 Novembre - Altre tre persone muoiono in alluvioni al nord
  • 20 Novembre - 5 vittime in Toscana a seguito di alluvioni causate da tempeste eccezionalmente violente.
  • 24 Novembre - altre tre persone muoiono per le alluvioni in Liguria.
  • Natale - Mentre il nord è sotto la neve, al centro e al sud si registrano temperature record, 20°C in Sicilia e 17°C a Roma.

Questa situazione sembra perfettamente in linea con le previsioni degli esperti sugli effetti sull'Italia dei cambiamenti climatici.

Lo scioglimento dei ghiacciai e l'aumento del livello dei mari
Crescono i timori sulla stabilità dei ghiacciai antartici; fino a poco tempo fa i glaciologi ritenevano che ci sarebbero voluti migliaia di anni di massiccio riscaldamento globale per sciogliere lo strato di ghiaccio dell'antartico orientale che costituisce il 90% del continente di ghiaccio. Lo strato di tre chilometri di spessore, esteso come gli interi Stati Uniti, vecchio di 10 milioni di anni, era sempre sembrato una inamovibile massa solida di ghiaccio il cui completo scioglimento innalzerebbe il livello dei mari di 60 metri. Ma ora i ricercatori britannici, dell'Università di Bristol, hanno scoperto che questi ghiacci non sono così stabili come si pensava; al suo interno scorrono infatti dei fiumi di ghiaccio ed acqua. Ciò significa che, continuando il riscaldamento globale questi fiumi nascosti farebbero scivolare in acqua la calotta polare, causandone lo scioglimento in poche centinaia di anni invece che in diversi millenni (Science, Bamber et al, February 18; 287: 1248-1250).
Ma in tutto il mondo i ghiacciai si stanno sciogliendo; nell'ultimo secolo quelli del monte Kenya hanno perso il 92% del loro volume e quelli del Kilimanjaro il 73%. I ghiacciai alpini hanno perso circa il 50% del loro volume. Anche i ghiacciai italiani si stanno rapidamente sciogliendo secondo i dati della campagna di monitoraggio effettuata dall'Istituto Italiano di Glaciologia, e presentati alla fine del 2000. L'estensione dei ghiacciai italiani si è ridotta alla metà nell'ultimo secolo, da 1000 km2 a 500 km2. Il limite della neve si è innalzato di 100m lasciando molti ghiacciai nella zona di ablazione, condannandoli quindi ad un rapido scioglimento. La riduzione dei ghiacciai può provocare fenomeni erosivi e frane, minacciando molte città. Si possono ipotizzare fenomeni simili a quelli accaduti fra 15000 e 10000 anni fa, quando il ritiro dei ghiacciai alpini causò enormi disastri che modificarono radicalmente la morfologia di vaste aree.
Lo scioglimento dei ghiacciai, insieme alla dilatazione termica dell'acqua degli oceani farebbe aumentare il livello dei mari, già cresciuto di 10-25 centimetri nell'ultimo secolo da 14 a 80 cm (alcuni studi arrivano a prevedere 124 cm), causando la sommersione di vaste aree costiere, parti di città ed interi arcipelaghi. Molte falde acquifere diverrebbero inoltre inutilizzabili a causa della penetrazione di acqua salata.

Effetti sulla salute
I cambiamenti climatici, secondo i ricercatori del Johns Hopkins School of Public Health in
Baltimore, comporteranno un aumento del rischio di gravi epidemie di diarrea nei bembini. Lo studio effettuato su più di 50.000 bambini di Lima fra il 1993 e il 1998, ha rilevato un aumento dei casi ogni volta che la temperatura sale, anche in inverno (the Lancet, N.5, 3 febbraio 2000). Lo studio ha evidenziato che per ogni grado di aumento della temperatura i casi di bambini ricoverati per il trattamento della diarrea cresce dell'8%.
Si tratta di uno studio esemplificativo di una situazione generale che vedrà esplodere su scala mondiale malattie che si ritenevano ormai sotto controllo come il colera e la malaria. I cambiamenti climatici creeranno le condizioni favorevoli ad un gran numero di patologie.
Effetti sulla biodiversità

Secondo il rapporto Global warming and Terrestrial Biodiversity Decline: A Modelling Approach, preparato dall'Università di Toronto per il WWF nel luglio 2000, sono tre i meccanismi attraverso i quali i cambiamenti climatici minacciano la biodiversità
1) la rapidità del riscaldamento supera le capacità migratorie delle specie
2) le perdite di habitat dovute allo scorrimento delle fasce climatiche
3) aumento della frammentazione degli habitat

fig.3a: Perdite di habitats previste in caso di raddoppio delle concentrazioni di CO2


fig. 3b: Perdite di specie previste in caso di raddoppio delle concentrazioni di CO2

LA CAUSA: UN PERCORSO ENERGETICO ROVINOSO
A questa situazione si è giunti attraverso un percorso energetico ancora oggi fondato per il 90% sull'uso di combustibili fossili, come si vede dalla figura 3, ed in continua e rapida crescita (fig. 4).

Ripartizioni delle forniture mondiali di energia per fonte (1998)

Il protocollo di Kyoto
Negli anni '80 le prove scientifiche di un collegamento fra le emissioni prodotte dall'uomo ed i cambiamenti climatici, cominciano a suscitare una crescente preoccupazione. Nel 1990, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite istituisce un Comitato Intergovernativo per la definizione di una Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (FCCC); la convenzione è stata adottata il 9 maggio 1992 e firmata nel Earth Summit di Rio de Janeiro, nel giugno 1992, dalla Comunità Europea e da altri 154 paesi. La Conferenza delle Parti (COP) istituita nell'ambito della Convenzione, nella sua Terza Sessione, nel dicembre 1997 a Kyoto, ha adottato un protocollo contenente gli impegni che ciascun paese dovrebbe assumersi per ridurre le concentrazioni di gas-serra in atmosfera. Il documento, noto come Protocollo di Kyoto, che definisce fra le altre cose gli obiettivi di riduzione delle emissioni per i paesi industrializzati, non è stato ancora ratificato dai governi e quindi non è ancora operativo, e gli USA vorrebbero addirittura che venisse definitivamente cancellato; esso prevede una riduzione media mondiale delle emissioni dei gas responsabili dei cambiamenti climatici del 5,2% rispetto alle emissioni del 1990. E' un primo piccolissimo passo verso la soluzione del problema che secondo l'IPCC sarebbe una riduzione delle emissioni fra il 60 e l'80%. Ma nella realtà il mondo sta addirittura correndo in direzione opposta; secondo il rapporto World Energy Outlook 2000 dell'International Energy Agency, entro il 2020 le emissioni di gas-serra aumenteranno addirittura del 60%.
Il Protocollo, per entrare in vigore, deve essere ratificato da almeno 55 paesi che complessivamente producano almeno il 55% delle emissioni mondiali di gas serra. Le difficoltà che incontra la ratifica definitiva nasce dalla mancanza di volontà dei paesi che producono le maggiori emissioni di sobbarcarsi i costi della innovazione tecnologica in campo energetico che richiederebbe il rispetto degli impegni di riduzione. Questi paesi hanno inizialmente tentato di evitare i loro impegni di riduzione ricorrendo massicciamente a tutta una serie di provvedimenti previsti come complementari dallo stesso protocollo. Uno di questi è la considerazione di attività forestali, come equivalenti e quindi sostitutive degli impegni di riduzione (in quanto sottrarrebbero CO2 dalla atmosfera, fissandola nella biomassa prodotta attraverso il processo fotosintetico). Altro provvedimento sostitutivo della riduzione sarebbe il commercio dei diritti di emissione; ai paesi in via di sviluppo il protocollo concede infatti il diritto di aumentare le proprie emissioni per soddisfare la drammatica urgenza di raggiungere in tempi brevi un livello di sviluppo accettabile: tali paesi potrebbero rinunciare a questo diritto cedendolo in cambio di tecnologie "pulite" ai paesi industrializzati che vedrebbero in tal modo ridotto il loro impegno di riduzione di una quantità equivalente al diritto acquistato.
GLI IMPEGNI DELL'ITALIA NEL PROTOCOLLO DI KYOTO
OBIETTIVO: riduzione delle emissioni di gas serra del 6,5% rispetto al 1990 (-100 milioni di tonnellate equivalenti di CO2 ) fra il 2008 e il 2012 (Consiglio dei Ministri dell'Ambiente dell'UE del 17/6/98)
LA STRATEGIA UFFICIALE DEL NOSTRO PAESE

La strategia che si è dato il nostro paese, attualmente in corso di aggiornamento, è sintetizzata nella seguente tabella

I consumi di energia

Negli ultimi venti anni, come mostrato dal grafico seguente, mentre i consumi dell'industria sono stati stazionari, si è avuto un notevole incremento dei consumi energetici nel settore civile e in quello dei trasporti, due settori in cui il soddisfacimento dei bisogni è fortemente condizionato dalle scelte politiche.

In particolare si è assistito ad una generale crescita dei consumi elettrici.
Figura 6 (fonte ENEA: Energia e Ambiente)

L'andamento dei consumi energetici illustrato dimostra che l'Italia si sta drammaticamente allontanando dai suoi obiettivi, come confermato anche dal fatto che secondo i dati trasmessi nell'aprile 2000 dal Ministero per l'Ambiente alla Segreteria Tecnica dell'IPCCC, aggiornati al 1998, in Italia si è addirittura verificato un aumento delle emissioni di CO2 pari al 6,3%, ed emissioni complessive di gas-serra pari al 4,5% Questo è il frutto della mancata attuazione dei principali provvedimenti previsti dalle Linee guida per le politiche e misure nazionali di riduzione delle emissioni di gas serra (Delibera CIPE del 19/11/98). In particolare denunciamo la mancata definizione di politiche coerenti con gli impegni assunti, in settori chiave come l'efficienza energetica ed i trasporti. Al contrario, le recenti vicende relative all'aumento del costo del petrolio dimostrano tutta la profonda incoerenza delle attuali politiche nazionali rispetto agli impegni presi. Anziché attuare le politiche, peraltro già troppo modeste ed inadeguate agli obiettivi di Kyoto, per ridurre la forte dipendenza del nostro paese dai combustibili fossili e sviluppare le fonti rinnovabili di energia, colmando, soprattutto per il solare, l'enorme ritardo dell'Italia rispetto ad altri paesi europei climaticamente più svantaggiati, si è scelta la strada di tamponare l'aumento del prezzo del petrolio attraverso manovre fiscali sul costo dei combustibili ed intensificando l'impegno per l'estrazione del petrolio nel Parco Nazionale della Val D'Agri. Come se non bastasse si è deciso, cedendo ancora una volta demagogicamente alle pressioni della lobby degli autotrasportatori, di ridurre il costo dei carburanti per il trasporto merci su strada, smentendo le previste politiche di riequilibrio verso il trasporto ferroviario e marittimo che consentirebbero consistenti risparmi energetici e quindi di emissioni di gas serra. Dulcis in fundo, la grande spinta, sostenuta con agevolazioni economiche ed amministrative, data a quel grande spreco energetico ed economico spacciato per risparmio, costituito dall'utilizzo in via prioritaria dei rifiuti come combustibile, definendoli addirittura come fonte rinnovabile di energia, sottraendo in tal modo ingenti risorse finanziarie ad altre fonti veramente rinnovabili, e non consentendo quindi le riduzioni di gas serra previste.
Gli sgravi fiscali sui combustibili fossili denotano una politica energetica rovinosa e senza prospettive, che affronta il problema dell'oggi rendendo più drammatico il domani. Si viene infatti in tal modo a ridurre quel cuscinetto fiscale, ancora di salvezza per una materia prima, il petrolio, il cui costo continuerà ad aumentare, dal momento che i paesi produttori ben sanno che entrerà in regime di progressiva scarsità entro la prima metà del secolo. Una politica più coerente con gli obiettivi di Kyoto e più lungimirante anche al fine di limitare le speculazioni e le spirali inflazionistiche in un sistema economico fortemente vulnerabile per la sua dipendenza dal petrolio, dovrebbe investire il gettito fiscale derivante dai combustibili per il risparmio energetico e lo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia.Dalla figura seguente risulta evidente che settori chiave sono i trasporti e l'agricoltura che continuano ad aumentare la loro intensità energetica (quantità di energia per unità di prodotto).


Figura 7 (fonte ENEA: Energia e Ambiente)

Ad ulteriore dimostrazione della divergenza fra impegni e realtà riportiamo il grafico sull'andamento dei consumi per la produzione di acqua calda d'uso domestico.

Si sottolinea particolarmente la assenza totale dell'energia solare ed una crescita dell'impiego di energia elettrica che rappresenta dal punto di vista dell'efficienza termodinamica il peggior uso che si possa fare di questa forma pregiata di energia.
E' evidente che, perché l'Italia possa rispettare gli obiettivi di Kyoto entro la data del 2010 e proseguire oltre questa data alla riconversione dell'economia verso la sostenibilità, le politiche energetiche nazionali, e quindi coerentemente anche quelle locali, debbano muoversi su due gambe:
1. Stabilizzazione dei consumi energetici e successiva riduzione
2. Aumento progressivo del ricorso a fonti energetiche "pulite" e rinnovabili
Il primo punto va conseguito attraverso il miglioramento dell'efficienza nelle trasformazioni energetiche, sia alla produzione che negli usi finali. Successivamente l'economia deve spostarsi verso settori a minore intensità energetica (come la così detta new economy) e verso una crescita nella qualità di beni prodotti e dei servizi forniti ed una necessaria decrescita quantitativa dei consumi di risorse naturali.

LA CAMPAGNA CLIMA DEL WWF ITALIA

Per il 2030

Riduzione delle emissioni di GHGs del 70%, ritenuto dagli esperti internazionali necessario per avviare un processo in grado nel tempo di fermare il riscaldamento globale.
Strategicamente ciò potrebbe essere ottenuto attraverso tre obiettivi strategici:

1. la riduzione, entro il 2030 dei consumi elettrici del 45%.
2. riduzione dei consumi non elettrici del 25%
3. fonti rinnovabili che coprano il 50%degli usi finali di energia

E' evidente che il punto 3 può essere raggiunto solo congiuntamente ad una riduzione dei consumi energetici totali, come previsto ai punti 1 e 2.
L'obiettivo quantitativo previsto al punto 1 è perfettamente in linea con la riduzione che già oggi potrebbe essere conseguita se si usassero le apparecchiature elettriche più efficienti esistenti oggi sul mercato (si veda "La Risorsa Efficienza" ANPA, doc 11/1999).
L'obiettivo al punto 2 si potrebbe agevolmente conseguire migliorando l'efficienza delle attività produttive, ma soprattutto dei trasporti, riequilibrando lo sbilanciamento attuale sul trasporto stradale, verso la ferrovia e il trasporto marittimo, e introducendo veicoli più efficienti; già oggi esistono in circolazione prototipi di automobili in grado di percorrere 100 km con 2-3 litri di carburante. Nel settore domestico si dovrebbero ridurre drasticamente gli usi termici dell'elettricità (riscaldamento ambienti, acqua calda, cucina) e si dovrebbe migliorare l'isolamento termico degli edifici e l'utilizzo di tecniche naturali di raffrescamento.

Per il 2010 gli obiettivi specifici in termini di riduzione delle emissioni di GHGs non possono che riferirsi al pieno soddisfacimento di quanto previsto dal protocollo di Kyoto, cioè per l'Italia una riduzione del 6,5%. In termini strategici ciò si traduce in:

1. riduzione dei consumi elettrici del 20%
2. stabilizzazione dei consumi non elettrici (uso diretto di combustibili: trasporti, caldaie, forni industriali…)
3. fonti rinnovabili al 25%

Le riduzioni dei consumi elettrici sono definite in base al rapporto ANPA "La Risorsa Efficienza" elaborato da Florentin Krause, Direttore dell'International Project for Sustainable Energy Paths (IPSEP, California)

Per il 2004 si intendono definire quegli obiettivi di breve termine, o pietre miliari, da conseguire nell'arco della programmazione annuale delle attività.

1. Ratifica del Protocollo di Kyoto entro il 2002
2. Convergenza delle politiche nazionali e regionali energetiche, industriali e dei trasporti con gli obiettivi del Protocollo di Kyoto.
3. Aumento della consapevolezza, dell'informazione e della conseguente pressione dei cittadini sui governi nazionale e locali
4. Coinvolgimento di un gruppo di aziende strategicamente rilevanti e rappresentative in programmi specifici di riduzione delle emissioni.
5. Coinvolgimento di Amministrazioni locali in programmi di aumento dell'efficienza energetica, riduzione delle emissioni e diffusione di energia rinnovabile in particolare nei settori domestico e dei trasporti.


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