| GLI OBIETTIVI DI RIFERIMENTO PER LA CAMPAGNA
CLIMA |
| CAMBIAMENTI CLIMATICI |
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Il terzo rapporto appena pubblicato dall'IPCC, l'organismo
scientifico internazionale costituito per lo studio dei cambiamenti
climatici, ha sciolto ogni riserva sulla attribuzione alle attività
umane di gran parte della responsabilità delle anomalie termiche e
dei conseguenti eventi meteorologici registrati in modo particolare
in questi ultimi 10 anni. Questa certezza è evidenziata dal
confronto dei seguenti dati. Dal grafico seguente è evidente un
aumento della temperatura media della superficie terrestre negli
ultimi 60 anni, aumento particolarmente marcato negli ultimi 20
anni.

Nella successiva figura 2 si vede come nei medesimi anni si sia
registrata una altrettanto rapida crescita della concentrazione di
CO2. Anche lo sfasamento di circa 100 anni fra le due curve conferma
le previsioni dei modelli climatici sui tempi di ritardo fra
l'aumento di CO2 e la manifestazione dell'effetto di riscaldamento.
Attualmente l'uomo immette ogni anno in atmosfera, attraverso i
processi di combustione, circa 20 miliardi di tonnellate di CO2,
valore enorme rispetto al fatto che l'atmosfera ne contiene
complessivamente 700 miliardi di tonnellate. Inoltre l'uomo sta
distruggendo le foreste tropicali al ritmo folle di 17 milioni di
ettari per anno provocando una immissione netta in atmosfera di
4.134 milioni di tonnellate di CO2, oltre a causare la perdita del
relativo potenziale di fissazione del carbonio negli anni
successivi. L'IPCC ha inoltre rivisto in chiave peggiorativa le
previsioni contenute nei suoi precedenti rapporti sulla entità dei
cambiamenti in corso. Si prevede che la temperatura media della
superficie terrestre possa crescere da 1,4 a 5,8°C. nel periodo
1990-2100.

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| Gli effetti sulla
meteorologia |
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Molte anomalie nei meccanismi meteorologici che regolano il clima
già sono evidenti. In particolare si sono già notate importanti
variazioni nei due grandi oscillatori climatici che influenzano la
situazione meteorologica su gran parte del pianeta: El Niño Southern
Oscillation (ENSO) e la North Atlantic Oscillation (NAO). Si tratta
di vastissime aree di bassa pressione determinate dal riscaldamento
delle superfici oceaniche, che periodicamente si instaurano
rispettivamente sul Pacifico Meridionale e sull'Atlantico
Settentrionale, modificando la circolazione dei venti e le
precipitazioni, regolando l'alternanza di periodi asciutti e
piovosi. In particolare El Niño si verifica circa ogni 7 anni,
portando copiose precipitazioni e tornados sull'America
centro-meridionale, violenti uragani sull'intero Pacifico
meridionale ed in Australia ed influenza anche il verificarsi di
periodi di siccità in Africa Centro occidentale (Sahel). Il
riscaldamento della superficie degli oceani che sta avvenendo a
causa dei cambiamenti climatici porterà ad una maggiore frequenza di
questo fenomeno e ad una maggiore temperatura di queste grandi masse
d'aria: l'effetto atteso, in parte già osservabile, è una maggiore
violenza e frequenza degli uragani, e più lunghi periodi di siccità
nell'Africa Occidentale. La North Atlantic Oscillation, che si
basa sull'effetto combinato di una vasta area di bassa pressione
localizzata sull'Islanda e di un campo di alte pressioni sulle
Azzorre, regola i fenomeni meteorologici sul continente europeo.
Dalla sua modifica, aggravata dall'influenza che El Niño esercita su
di essa dipenderanno gli effetti dei cambiamenti climatici
sull'Europa. Quindi gli stessi meccanismi che regolano i fenomeni
meteorologici verrebbero messi in crisi; in pratica nell'atmosfera
si sta registrando un accumulo di energia termica che rende più
violenti i fenomeni estremi. Ciò sta già accadendo, come dimostra il
seguente elenco dei fenomeni di straordinaria violenza avvenuti in
questi ultimi anni:
- Nel maggio del 1999 un numero di tornados senza precedenti si
abbatte sul Kansas, l'Oklahoma e il Texas, causando distruzioni e
50 morti.
- Fra il 13 e il 17 settembre del 1999 l'uragano Floyd
abbattutosi sulla Florida causa 56 morti e circa 4,2 miliardi di
dollari di danni.
- Nel mese di agosto 1999 piogge torrenziali eccezionali causano
centinaia di morti in Corea e Filippine, ed un numero imprecisato
di sfollati.
- Sempre nel 1999 l'alluvione causata dal fiume Yangtze causa
centinaia di morti ed oltre 2 milioni di sfollati.
- Nel mese di ottobre 2 cicloni consecutivi provocano 10.000
morti nell'est dell'India.
- Le piogge torrenziali che si abbattono fra il novembre ed il
dicembre del 1999 sul Vietnam, causano 700 morti e un milione di
sfollati.
- A metà dicembre in Venezuela, un tornado di violenza senza
precedenti causa circa 50.000 morti e 600.000 sfollati.
- Fra dicembre 1999 e gennaio 2000 un inverno eccezionalmente
rigido causa la morte di 2 milioni di capi di bestiame, lasciando
oltre mezzo milione di persone con gravi carenze di alimenti.
- Nel febbraio del 2000 una serie impressionante di cicloni
devastano il territorio del Mozambico, provocando la peggiore
alluvione della storia del paese, che lascia migliaia di morti,
oltre 250.000 profughi e circa 1 milione di persone esposte a
grave rischio di contrarre colera, malaria e meningite. Lo stesso
evento causa 80.000 sfollati in Zimbabwe e 60.000 in Botswana.
- Nello stesso periodo i cicloni che si abbattono sul Madagascar
distruggono il 90% delle coltivazioni di riso e provocano epidemie
di colera.
L'Italia verrebbe a trovarsi, secondo le previsioni, divisa in
due fra due fasce climatiche ben marcate. Dovremmo avere al sud una
forte riduzione delle precipitazioni su base annua con una
concentrazione di pochi violenti fenomeni in pochi giorni che
causerà la desertificazione di vaste aree pianeggianti, frane ed
erosioni nelle aree montane. Viceversa al nord si avrebbe un aumento
delle precipitazioni, anch'esse concentrate stagionalmente, che
causerà alluvioni e dissesti sempre più frequenti. L'andamento
meteorologico di questi ultimi anni sembra in linea con queste
previsioni, anche se rimane difficile pronunciarsi con certezza a
causa di particolari situazioni microclimatiche che potrebbero
crearsi smentendo almeno in parte le previsioni effettuate con i
modelli climatici globali. Il 2000 è stato infatti caratterizzato
da forti anomalie meteorologiche anche in Italia. Nei primi tre
mesi si è verificata una scarsità di precipitazioni su tutto il
paese. In Sardegna durante gennaio e febbraio le precipitazioni sono
state dell 80% inferiori al normale. A Torino è stato il quarto
inverno degli ultimi 150 anni per scarsità di precipitazioni. A
Milano non si aveva una siccità simile dal 1764. Nel mese di
febbraio in Liguria non ha mai piovuto e in Veneto son caduti 0,4 mm
di pioggia contro una media per questo mese di 72,9 mm Si è
riscontrato che il 27% del territorio nazionale è ormai a rischio di
desertificazione. Durante il mese di marzo si sono verificate
temperature superiori di ben 10°C rispetto alla norma. A un giugno
molto afoso e caldo è seguito un luglio insolitamente freddo e
piovoso al nord e secco al sud. Quindi un settembre con picchi di
temperatura che hanno raggiunto i 37°C il giorno 20 a
Palermo. Mentre in autunno il sud continuava in generale a
soffrire la siccità nel nord si verificavano precipitazioni
eccezionalmente intense che causavano catastrofiche alluvioni:
- 10 Settembre - Calabria, Soverato, improvvisa e violentissima
tempesta di pioggia, un torrente esonda ed uccide13 persone in un
camping.
- 15 Ottobre - esondano molti fiumi nel nord, ed anche il Lago
Maggiore e il Lago di Como causando 25 vittime.
- 5 Novembre - Altre tre persone muoiono in alluvioni al
nord
- 20 Novembre - 5 vittime in Toscana a seguito di alluvioni
causate da tempeste eccezionalmente violente.
- 24 Novembre - altre tre persone muoiono per le alluvioni in
Liguria.
- Natale - Mentre il nord è sotto la neve, al centro e al sud si
registrano temperature record, 20°C in Sicilia e 17°C a Roma.
Questa situazione sembra perfettamente in linea con le previsioni
degli esperti sugli effetti sull'Italia dei cambiamenti climatici.
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| Lo scioglimento dei ghiacciai e
l'aumento del livello dei mari |
Crescono i timori sulla stabilità dei ghiacciai
antartici; fino a poco tempo fa i glaciologi ritenevano che ci
sarebbero voluti migliaia di anni di massiccio riscaldamento globale
per sciogliere lo strato di ghiaccio dell'antartico orientale che
costituisce il 90% del continente di ghiaccio. Lo strato di tre
chilometri di spessore, esteso come gli interi Stati Uniti, vecchio
di 10 milioni di anni, era sempre sembrato una inamovibile massa
solida di ghiaccio il cui completo scioglimento innalzerebbe il
livello dei mari di 60 metri. Ma ora i ricercatori britannici,
dell'Università di Bristol, hanno scoperto che questi ghiacci non
sono così stabili come si pensava; al suo interno scorrono infatti
dei fiumi di ghiaccio ed acqua. Ciò significa che, continuando il
riscaldamento globale questi fiumi nascosti farebbero scivolare in
acqua la calotta polare, causandone lo scioglimento in poche
centinaia di anni invece che in diversi millenni (Science, Bamber et
al, February 18; 287: 1248-1250). Ma in tutto il mondo i
ghiacciai si stanno sciogliendo; nell'ultimo secolo quelli del monte
Kenya hanno perso il 92% del loro volume e quelli del Kilimanjaro il
73%. I ghiacciai alpini hanno perso circa il 50% del loro volume.
Anche i ghiacciai italiani si stanno rapidamente sciogliendo secondo
i dati della campagna di monitoraggio effettuata dall'Istituto
Italiano di Glaciologia, e presentati alla fine del 2000.
L'estensione dei ghiacciai italiani si è ridotta alla metà
nell'ultimo secolo, da 1000 km2 a 500 km2. Il limite della neve si è
innalzato di 100m lasciando molti ghiacciai nella zona di ablazione,
condannandoli quindi ad un rapido scioglimento. La riduzione dei
ghiacciai può provocare fenomeni erosivi e frane, minacciando molte
città. Si possono ipotizzare fenomeni simili a quelli accaduti fra
15000 e 10000 anni fa, quando il ritiro dei ghiacciai alpini causò
enormi disastri che modificarono radicalmente la morfologia di vaste
aree. Lo scioglimento dei ghiacciai, insieme alla dilatazione
termica dell'acqua degli oceani farebbe aumentare il livello dei
mari, già cresciuto di 10-25 centimetri nell'ultimo secolo da 14 a
80 cm (alcuni studi arrivano a prevedere 124 cm), causando la
sommersione di vaste aree costiere, parti di città ed interi
arcipelaghi. Molte falde acquifere diverrebbero inoltre
inutilizzabili a causa della penetrazione di acqua salata.
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| Effetti sulla salute |
I cambiamenti climatici, secondo i ricercatori del
Johns Hopkins School of Public Health in Baltimore, comporteranno
un aumento del rischio di gravi epidemie di diarrea nei bembini. Lo
studio effettuato su più di 50.000 bambini di Lima fra il 1993 e il
1998, ha rilevato un aumento dei casi ogni volta che la temperatura
sale, anche in inverno (the Lancet, N.5, 3 febbraio 2000). Lo studio
ha evidenziato che per ogni grado di aumento della temperatura i
casi di bambini ricoverati per il trattamento della diarrea cresce
dell'8%. Si tratta di uno studio esemplificativo di una
situazione generale che vedrà esplodere su scala mondiale malattie
che si ritenevano ormai sotto controllo come il colera e la malaria.
I cambiamenti climatici creeranno le condizioni favorevoli ad un
gran numero di patologie. |
| Effetti sulla biodiversità |
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Secondo il rapporto Global warming and Terrestrial
Biodiversity Decline: A Modelling Approach, preparato
dall'Università di Toronto per il WWF nel luglio 2000, sono tre i
meccanismi attraverso i quali i cambiamenti climatici minacciano la
biodiversità 1) la rapidità del riscaldamento supera le capacità
migratorie delle specie 2) le perdite di habitat dovute allo
scorrimento delle fasce climatiche 3) aumento della
frammentazione degli habitat


LA CAUSA: UN PERCORSO ENERGETICO ROVINOSO A questa
situazione si è giunti attraverso un percorso energetico ancora oggi
fondato per il 90% sull'uso di combustibili fossili, come si vede
dalla figura 3, ed in continua e rapida crescita (fig. 4).
Ripartizioni delle
forniture mondiali di energia per fonte (1998)

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| Il protocollo di Kyoto |
Negli anni '80 le prove scientifiche di un
collegamento fra le emissioni prodotte dall'uomo ed i cambiamenti
climatici, cominciano a suscitare una crescente preoccupazione. Nel
1990, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite istituisce un
Comitato Intergovernativo per la definizione di una Convenzione
Quadro sui Cambiamenti Climatici (FCCC); la convenzione è stata
adottata il 9 maggio 1992 e firmata nel Earth Summit di Rio de
Janeiro, nel giugno 1992, dalla Comunità Europea e da altri 154
paesi. La Conferenza delle Parti (COP) istituita nell'ambito della
Convenzione, nella sua Terza Sessione, nel dicembre 1997 a Kyoto, ha
adottato un protocollo contenente gli impegni che ciascun paese
dovrebbe assumersi per ridurre le concentrazioni di gas-serra in
atmosfera. Il documento, noto come Protocollo di Kyoto, che
definisce fra le altre cose gli obiettivi di riduzione delle
emissioni per i paesi industrializzati, non è stato ancora
ratificato dai governi e quindi non è ancora operativo, e gli USA
vorrebbero addirittura che venisse definitivamente cancellato; esso
prevede una riduzione media mondiale delle emissioni dei gas
responsabili dei cambiamenti climatici del 5,2% rispetto alle
emissioni del 1990. E' un primo piccolissimo passo verso la
soluzione del problema che secondo l'IPCC sarebbe una riduzione
delle emissioni fra il 60 e l'80%. Ma nella realtà il mondo sta
addirittura correndo in direzione opposta; secondo il rapporto World
Energy Outlook 2000 dell'International Energy Agency, entro il 2020
le emissioni di gas-serra aumenteranno addirittura del 60%. Il
Protocollo, per entrare in vigore, deve essere ratificato da almeno
55 paesi che complessivamente producano almeno il 55% delle
emissioni mondiali di gas serra. Le difficoltà che incontra la
ratifica definitiva nasce dalla mancanza di volontà dei paesi che
producono le maggiori emissioni di sobbarcarsi i costi della
innovazione tecnologica in campo energetico che richiederebbe il
rispetto degli impegni di riduzione. Questi paesi hanno inizialmente
tentato di evitare i loro impegni di riduzione ricorrendo
massicciamente a tutta una serie di provvedimenti previsti come
complementari dallo stesso protocollo. Uno di questi è la
considerazione di attività forestali, come equivalenti e quindi
sostitutive degli impegni di riduzione (in quanto sottrarrebbero CO2
dalla atmosfera, fissandola nella biomassa prodotta attraverso il
processo fotosintetico). Altro provvedimento sostitutivo della
riduzione sarebbe il commercio dei diritti di emissione; ai paesi in
via di sviluppo il protocollo concede infatti il diritto di
aumentare le proprie emissioni per soddisfare la drammatica urgenza
di raggiungere in tempi brevi un livello di sviluppo accettabile:
tali paesi potrebbero rinunciare a questo diritto cedendolo in
cambio di tecnologie "pulite" ai paesi industrializzati che
vedrebbero in tal modo ridotto il loro impegno di riduzione di una
quantità equivalente al diritto acquistato.
|
| GLI IMPEGNI DELL'ITALIA NEL PROTOCOLLO DI
KYOTO |
| OBIETTIVO: riduzione delle emissioni di gas serra
del 6,5% rispetto al 1990 (-100 milioni di tonnellate equivalenti di
CO2 ) fra il 2008 e il 2012 (Consiglio dei Ministri dell'Ambiente
dell'UE del 17/6/98) |
| LA STRATEGIA UFFICIALE DEL NOSTRO PAESE |
|
La strategia che si è dato il nostro paese, attualmente in corso
di aggiornamento, è sintetizzata nella seguente tabella
|
| I consumi di energia |
|
Negli ultimi venti anni, come mostrato dal grafico seguente,
mentre i consumi dell'industria sono stati stazionari, si è avuto un
notevole incremento dei consumi energetici nel settore civile e in
quello dei trasporti, due settori in cui il soddisfacimento dei
bisogni è fortemente condizionato dalle scelte politiche.
In particolare si è assistito ad una generale
crescita dei consumi elettrici. 
L'andamento dei consumi energetici illustrato dimostra che
l'Italia si sta drammaticamente allontanando dai suoi obiettivi,
come confermato anche dal fatto che secondo i dati trasmessi
nell'aprile 2000 dal Ministero per l'Ambiente alla Segreteria
Tecnica dell'IPCCC, aggiornati al 1998, in Italia si è addirittura
verificato un aumento delle emissioni di CO2 pari al 6,3%, ed
emissioni complessive di gas-serra pari al 4,5% Questo è il frutto
della mancata attuazione dei principali provvedimenti previsti dalle
Linee guida per le politiche e misure nazionali di riduzione delle
emissioni di gas serra (Delibera CIPE del 19/11/98). In particolare
denunciamo la mancata definizione di politiche coerenti con gli
impegni assunti, in settori chiave come l'efficienza energetica ed i
trasporti. Al contrario, le recenti vicende relative all'aumento del
costo del petrolio dimostrano tutta la profonda incoerenza delle
attuali politiche nazionali rispetto agli impegni presi. Anziché
attuare le politiche, peraltro già troppo modeste ed inadeguate agli
obiettivi di Kyoto, per ridurre la forte dipendenza del nostro paese
dai combustibili fossili e sviluppare le fonti rinnovabili di
energia, colmando, soprattutto per il solare, l'enorme ritardo
dell'Italia rispetto ad altri paesi europei climaticamente più
svantaggiati, si è scelta la strada di tamponare l'aumento del
prezzo del petrolio attraverso manovre fiscali sul costo dei
combustibili ed intensificando l'impegno per l'estrazione del
petrolio nel Parco Nazionale della Val D'Agri. Come se non bastasse
si è deciso, cedendo ancora una volta demagogicamente alle pressioni
della lobby degli autotrasportatori, di ridurre il costo dei
carburanti per il trasporto merci su strada, smentendo le previste
politiche di riequilibrio verso il trasporto ferroviario e marittimo
che consentirebbero consistenti risparmi energetici e quindi di
emissioni di gas serra. Dulcis in fundo, la grande spinta, sostenuta
con agevolazioni economiche ed amministrative, data a quel grande
spreco energetico ed economico spacciato per risparmio, costituito
dall'utilizzo in via prioritaria dei rifiuti come combustibile,
definendoli addirittura come fonte rinnovabile di energia,
sottraendo in tal modo ingenti risorse finanziarie ad altre fonti
veramente rinnovabili, e non consentendo quindi le riduzioni di gas
serra previste. Gli sgravi fiscali sui combustibili fossili
denotano una politica energetica rovinosa e senza prospettive, che
affronta il problema dell'oggi rendendo più drammatico il domani. Si
viene infatti in tal modo a ridurre quel cuscinetto fiscale, ancora
di salvezza per una materia prima, il petrolio, il cui costo
continuerà ad aumentare, dal momento che i paesi produttori ben
sanno che entrerà in regime di progressiva scarsità entro la prima
metà del secolo. Una politica più coerente con gli obiettivi di
Kyoto e più lungimirante anche al fine di limitare le speculazioni e
le spirali inflazionistiche in un sistema economico fortemente
vulnerabile per la sua dipendenza dal petrolio, dovrebbe investire
il gettito fiscale derivante dai combustibili per il risparmio
energetico e lo sviluppo delle fonti rinnovabili di energia.Dalla
figura seguente risulta evidente che settori chiave sono i trasporti
e l'agricoltura che continuano ad aumentare la loro intensità
energetica (quantità di energia per unità di prodotto).

Ad ulteriore dimostrazione della divergenza fra impegni e realtà
riportiamo il grafico sull'andamento dei consumi per la produzione
di acqua calda d'uso domestico.

Si sottolinea particolarmente la assenza totale dell'energia
solare ed una crescita dell'impiego di energia elettrica che
rappresenta dal punto di vista dell'efficienza termodinamica il
peggior uso che si possa fare di questa forma pregiata di
energia. E' evidente che, perché l'Italia possa rispettare gli
obiettivi di Kyoto entro la data del 2010 e proseguire oltre questa
data alla riconversione dell'economia verso la sostenibilità, le
politiche energetiche nazionali, e quindi coerentemente anche quelle
locali, debbano muoversi su due gambe: 1. Stabilizzazione dei
consumi energetici e successiva riduzione 2. Aumento progressivo
del ricorso a fonti energetiche "pulite" e rinnovabili Il primo
punto va conseguito attraverso il miglioramento dell'efficienza
nelle trasformazioni energetiche, sia alla produzione che negli usi
finali. Successivamente l'economia deve spostarsi verso settori a
minore intensità energetica (come la così detta new economy) e verso
una crescita nella qualità di beni prodotti e dei servizi forniti ed
una necessaria decrescita quantitativa dei consumi di risorse
naturali.
|
| LA CAMPAGNA CLIMA DEL WWF
ITALIA |
|
Per il 2030
Riduzione delle emissioni di GHGs del 70%,
ritenuto dagli esperti internazionali necessario per avviare un
processo in grado nel tempo di fermare il riscaldamento
globale. Strategicamente ciò potrebbe essere ottenuto attraverso
tre obiettivi strategici:
1. la riduzione, entro il 2030 dei consumi
elettrici del 45%. 2. riduzione dei consumi non elettrici del
25% 3. fonti rinnovabili che coprano il 50%degli usi finali di
energia
E' evidente che il punto 3 può essere
raggiunto solo congiuntamente ad una riduzione dei consumi
energetici totali, come previsto ai punti 1 e 2. L'obiettivo
quantitativo previsto al punto 1 è perfettamente in linea con la
riduzione che già oggi potrebbe essere conseguita se si usassero le
apparecchiature elettriche più efficienti esistenti oggi sul mercato
(si veda "La Risorsa Efficienza" ANPA, doc 11/1999). L'obiettivo
al punto 2 si potrebbe agevolmente conseguire migliorando
l'efficienza delle attività produttive, ma soprattutto dei
trasporti, riequilibrando lo sbilanciamento attuale sul trasporto
stradale, verso la ferrovia e il trasporto marittimo, e introducendo
veicoli più efficienti; già oggi esistono in circolazione prototipi
di automobili in grado di percorrere 100 km con 2-3 litri di
carburante. Nel settore domestico si dovrebbero ridurre
drasticamente gli usi termici dell'elettricità (riscaldamento
ambienti, acqua calda, cucina) e si dovrebbe migliorare l'isolamento
termico degli edifici e l'utilizzo di tecniche naturali di
raffrescamento.
Per il 2010 gli obiettivi
specifici in termini di riduzione delle emissioni di GHGs non
possono che riferirsi al pieno soddisfacimento di quanto previsto
dal protocollo di Kyoto, cioè per l'Italia una riduzione del 6,5%.
In termini strategici ciò si traduce in:
1. riduzione dei consumi elettrici del
20% 2. stabilizzazione dei consumi non elettrici (uso diretto di
combustibili: trasporti, caldaie, forni industriali…) 3. fonti
rinnovabili al 25%
Le riduzioni dei consumi elettrici sono
definite in base al rapporto ANPA "La Risorsa Efficienza" elaborato
da Florentin Krause, Direttore dell'International Project for
Sustainable Energy Paths (IPSEP, California)
Per il 2004
si intendono definire quegli obiettivi di
breve termine, o pietre miliari, da conseguire nell'arco della
programmazione annuale delle attività.
1. Ratifica del Protocollo di Kyoto entro il
2002 2. Convergenza delle politiche nazionali e regionali
energetiche, industriali e dei trasporti con gli obiettivi del
Protocollo di Kyoto. 3. Aumento della consapevolezza,
dell'informazione e della conseguente pressione dei cittadini sui
governi nazionale e locali 4. Coinvolgimento di un gruppo di
aziende strategicamente rilevanti e rappresentative in programmi
specifici di riduzione delle emissioni. 5. Coinvolgimento di
Amministrazioni locali in programmi di aumento dell'efficienza
energetica, riduzione delle emissioni e diffusione di energia
rinnovabile in particolare nei settori domestico e dei
trasporti.
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