Tecnologia
& Scienze
Ascoltati da un comitato del Senato,
otto top manager hanno sorpreso
Shell
WASHINGTON - Una vistosa crepa si è aperta nella fortezza costruita
dall'amministrazione americana per tenere gli Stati Uniti fuori da qualsiasi
politica vincolante nella lotta al riscaldamento globale. Il presidente George
W. Bush ha sempre giustificato il ripudio del Protocollo di Kyoto per il
controllo dei gas serra giustificando questa scelta con due motivazioni: da un
lato con la mancanza di prove scientifiche certe sulle responsabilità umane
nelle dinamiche del clima, dall'altro con l'argomentazione che imporre vincoli
sulle emissioni all'industria avrebbe danneggiato l'economia Usa in maniera
intollerabile.
Se il primo pilastro vacilla da tempo sotto i colpi di nuovi dati e ricerche
scientifiche sempre più affidabili, ora anche il secondo ha subìto un pesante
scossone. Nei giorni scorsi il comitato del Senato per l'energia ha ascoltato
infatti i manager di otto tra le più influenti e potenti aziende degli Stati
Uniti nel settore energetico e dei servizi pubblici. Con grande sorpresa dei
senatori presenti alle audizioni, ben sei di loro hanno chiesto al parlamento di
fissare limiti alle emissioni di anidride carbonica per le attività industriali
(esattamente come previsto dal Protocollo di Kyoto).
Tra questi, i dirigenti di General Electric, Shell, Exelon e Duke Energy, che
con qualche distinguo hanno spiegato che l'ipotesi di un tetto alle emissioni
sarebbe stato ben visto o comunque accettato da parte delle loro imprese. Tra
gli "executive" ascoltati c'era anche un rappresentante di Wal-Mart,
una delle aziende più invise agli ambientalisti americani e più volte
bersaglio dei film dei Michael Moore. Ebbene, anche l'amministratore della
grande catena di distribuzione si è detto a favore di limiti obbligatori per le
emissioni. I più tiepidi sono stati i rappresentanti della Southern Company e
della American Electric Power, che si sono espressi a favore di iniziative
volontarie da parte delle imprese, ammettendo comunque che l'introduzione di
norme vincolanti è da considerarsi un destino ineluttabile.
Le apparentemente sorprendenti posizioni espresse dai manager non sono
naturalmente frutto di un'improvvisa presa di coscienza ambientalista. La
motivazione del mutato atteggiamento è esclusivamente economica. Malgrado il
feroce ostracismo di Bush, da alcuni anni è in atto negli Usa una sorta di
"Kyoto dal basso", che ha portato prima i sindaci delle grandi città
(al momento le adesioni sono quasi 200), poi sette Stati della East Coast a
intraprendere azioni locali per adempiere comunque ai vincoli fissati dal
protocollo internazionale per la lotta al riscaldamento globale.
Strada che negli ultimi giorni anche la California ha annunciato di voler
intraprendere. Questo fiorire di iniziative preoccupa le aziende soprattutto
perché contribuisce a creare un quadro normativo confuso, che cambia da Stato a
Stato, da metropoli a metropoli, mettendo in difficoltà le imprese. Da qui la
richiesta di avere regole vincolanti su base federale, magari dure ma comunque
certe ed uguali per tutti.
(7 aprile 2006)