La sfida di Kyoto è partita, ma l’Italia è già in ritardo
Il 16 febbraio 2005 è entrato in vigore il Protocollo che impegna gli Stati firmatari a ridurre complessivamente, entro il 2012, le emissioni di gas serra del 5% rispetto al 1990
Quando si parla del Protocollo di Kyoto c’è rischio di fare confusione, pensando a un generico impegno degli Stati a ridurre l’inquinamento mondiale. In realtà, l’accordo siglato nell’ex capitale del Giappone riguarda unicamente la diminuzione dei gas colpevoli del cosiddetto “effetto serra”, il fenomeno per cui una concentrazione eccessiva di alcuni gas - il principale è l’anidride carbonica (CO2) - blocca la dispersione del calore proveniente dal sole, causando così un aumento della temperatura terrestre proprio come avviene in una serra.
Il
surriscaldamento del pianeta ha serie conseguenze sotto diversi
aspetti. Oltre a modificare le condizioni di molti eco-sistemi e rendere più
difficile la sopravvivenza di centinaia di specie animali e vegetali, comporta
anche pesanti effetti per la vita dell’uomo: innalzamento del livello dei
mari, con la potenziale scomparsa di isole e di interi tratti costieri;
allargamento delle aree aride e a rischio siccità; rilevanti danni economici
(dagli anni Ottanta il 64% delle catastrofi naturali è attribuibile alle
anomalie climatiche; solo nell’estate
Ormai la comunità scientifica internazionale ha raccolto molte prove sugli effetti negativi del riscaldamento del pianeta. Tuttavia, il percorso di presa di consapevolezza scientifica e politica iniziato nei primi anni Novanta non si è ancora stabilizzato. Ci sono Paesi, in particolare gli Stati Uniti e l’Australia, che mettono in dubbio gli effetti negativi dei gas serra, incuranti persino delle conclusioni inequivocabili dell’International panel on climate change (Ipcc), organismo della Nazioni Unite che studia i cambiamenti climatici.
Oggi il
Protocollo di Kyoto è finalmente entrato in vigore, e già si
discute su come rilanciare la cosiddetta “fase
Per
ripercorrere le principali tappe che hanno portato agli accordi
attuali dobbiamo partire dalla prima conferenza delle Nazioni Unite sul futuro
della Terra, tenuta nel
Il secondo momento fondamentale è stata la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici del 1994, con cui furono aggiunti princìpi come quelli della “responsabilità comune ma differenziata” (anche se l’impegno dev’essere di tutti i popoli, quelli più industrializzati devono fare la parte maggiore) o il “principio di precauzione” (in caso di incertezza scientifica sugli effetti di determinate sostanze si devono prendere misure per anticipare, prevenire o minimizzare il cambiamento climatico), e si decise che il sistema economico internazionale doveva impegnarsi per lo sviluppo sostenibile, in particolare nei Paesi poveri.
Tappa fondamentale è stata poi la definizione, nel dicembre 1997, dell’accordo attuativo della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, il Protocollo di Kyoto appunto, entrato in vigore il 16 febbraio 2005 dopo la ratifica della Russia che ha permesso di raggiungere la soglia del 55% delle emissioni mondiali di gas serra, fissata come necessaria per dare il via all’operatività.
Il testo impegna i Paesi industrializzati aderenti a ridurre complessivamente, tra il 2008 e il 2012, le emissioni di gas serra del 5% rispetto al 1990. Il patto prevede per ogni Paese obblighi di riduzione delle proprie emissioni (in sostanza di tonnellate di anidride carbonica), mediante un meccanismo di conversione basato sul potere di ciascun gas serra di riscaldare l’atmosfera.
Tra gli strumenti che permettono questa riduzione, oltre all’aumento di efficienza e alle fonti rinnovabili, sono previsti i “meccanismi flessibili”, che consentono di scambiare quote di emissione sul mercato, sulla base del principio che nei Paesi più industrializzati l’aumento dell’efficienza può essere più costoso rispetto ai Paesi meno sviluppati a causa dell’alto livello d’intensità tecnologica raggiunto.
I “meccanismi” offrono tre possibilità. Il primo, la joint implementation (applicazione congiunta), consiste in un accordo tra due Paesi obbligati alla riduzione, per abbattere le emissioni in uno dei due Stati; il secondo, il clean development mechanism (meccanismo per lo sviluppo sostenibile), interessa progetti da realizzare nei Paesi in via di sviluppo col contributo dei Paesi sottoposti all’obbligo di diminuzione; il terzo, l’emission trading, prevede che i Paesi possano commerciare i certificati di riduzione delle emissioni, per realizzare gli investimenti dove è più conveniente farlo.
Grazie a questo ventaglio di possibilità, secondo fonti dell’Unione Europea, i costi che ogni cittadino europeo dovrà sostenere per rispettare gli obiettivi del patto saranno inferiori a 10 euro, ben poca cosa se confrontata con le prospettive che si apriranno nel settore dell’”economia verde”.
Guardando
all’Italia, va detto che è tra i Paesi dell’Unione più indietro
nell’applicazione delle misure su scala nazionale. Secondo l’ultimo
censimento effettuato dall’Agenzia europea per l’ambiente, nel 2002 aveva
aumentato le sue emissioni di circa il 9% rispetto al