I cambiamenti climatici: dagli accordi internazionali alla realtà toscana

Contributo scientifico di Gioia Bini e Massimo Bonannini, Agenzia regionale protezione ambientale della Toscana (Arpat)

L'effetto serra è fondamentale per la vita sulla terra, senza di esso, infatti, l’energia solare non sarebbe trattenuta nell’atmosfera, ma si disperderebbe nello spazio, rendendo la superficie terrestre fredda e priva di vita.

Il sistema climatico terrestre ha conosciuto variazioni continue durante l’evoluzione del pianeta e conseguenti trasformazioni nelle caratteristiche e nella distribuzione del popolamento animale e vegetale. Quello che sta avvenendo in questi ultimi decenni non è però una semplice variazione, ma un vero e proprio cambiamento a ritmi del tutto anomali, che determina il mutamento accelerato di alcuni parametri climatici con rilevanti ripercussioni sulle diverse componenti ambientali.

Il costante innalzamento della temperatura ( 0,6°C negli ultimi 100 anni) è dovuto in gran parte alle emissioni di origine antropica di anidride carbonica (CO2), di metano (CH4), di protossido di azoto (N2O) e gas fluorurati (HFCs, PFCs, SF6), oltre che alla deforestazione e al cambiamento dell’uso del suolo. La variazione dei regimi climatici, indotta dall’incremento della temperatura, avrà impatti di entità variabile secondo le aree geografiche e le strutture sociali interessate.

Tra le conseguenze che si potranno verificare il rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente “L’ambiente in Europa: terza valutazione” segnala:

La crescente attenzione al problema dei cambiamenti climatici ha condotto alla Convenzione-quadro sui cambiamenti climatici e alla successiva adozione del Protocollo di Kyoto, entrato in vigore il 16 febbraio 2005. Il Protocollo impegna i paesi industrializzati, responsabili nel 1990 di oltre il 70% delle emissioni di gas serra totali, a ridurre, entro il periodo 2008-2012, le emissioni del 5,2% rispetto a quelle dell’anno base (1990 per CO2, CH4, N2O e 1995 per HFCs, PFCs, SF6). Gli obiettivi sono stati bilanciati secondo il livello di sviluppo dei paesi ed è inoltre stata stabilita la possibilità di utilizzare alcuni strumenti (meccanismi flessibili) che, mediante la cooperazione tra paesi, consentiranno di conseguire gli obiettivi parallelamente alle effettive riduzioni delle emissioni. I meccanismi flessibili riguardano la possibilità di realizzare: progetti comuni tra paesi industrializzati per la diffusione di tecnologie più efficienti (Joint Implementation); progetti ad alta efficienza energetica nei paesi in via di sviluppo (Clean Development Mechanism); lo scambio di crediti di emissione tra i paesi che hanno obiettivi di riduzione (Emission Trading).

Gli abitanti dell’Unione Europea, che rappresentano il 5% della popolazione mondiale, sono responsabili di oltre il 23% delle emissioni di gas ad effetto serra del 1990. Da questo consegue che l’Europa gioca un ruolo fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto.

Il VI programma di azione ambientale definisce i principali obiettivi e priorità ambientali fondati sulla valutazione dello stato dell’ambiente e sulle principali tendenze. Per quanto riguarda i cambiamenti climatici sono definiti come la “sfida principale per i prossimi 10 anni” e il programma si impegna a limitare a 2°C l’aumento globale massimo della temperatura. Nel dettaglio l’impegno complessivo per la Comunità europea è una riduzione dell’8% delle emissioni entro il 2008-2012 rispetto ai livelli del 1990, sino ad arrivare nel 2020 ad una diminuzione delle emissioni del 70%. Gli strumenti principali che vengono indicati per la realizzazione di quanto stabilito sono: la piena adozione del Protocollo di Kyoto; l’individuazione di obiettivi di abbattimento delle emissioni per i principali comparti dell’economia; l’istituzione di un quadro comunitario per lo sviluppo di una efficace commercializzazione dei diritti di emissione entro il 2005; la promozione di fonti di energia rinnovabile (eolico e solare); la capacità di assistere i paesi membri nel prepararsi alle conseguenze del cambiamento climatico. Gli obiettivi di riduzione delle emissioni per i paesi europei, stabiliti dal Consiglio dei Ministri dell’Ambiente dell’UE del 17 giugno 1998, vanno da riduzioni del 28% (Lussemburgo) a incrementi del 27% (Portogallo), impegni questi che sono stati bilanciati rispetto al livello di sviluppo e industrializzazione di ogni singolo paese.

Il panorama emissivo europeo al 2002 è piuttosto differenziato ed è ancora incerto se l’UE riuscirà a raggiungere l’obiettivo individuato dal Protocollo. Alcuni paesi sono decisamente in linea con gli obiettivi o addirittura sono andati oltre (Germania, Regno Unito, Lussemburgo, Svezia), mentre altri stanno andando in direzione opposta, cioè pur avendo un obiettivo di riduzione, le emissioni, nel periodo 1990-2002, sono in aumento (Italia, Olanda, Belgio, Austria).

Anche i paesi che potevano incrementare le emissioni (Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda) hanno già esaurito il margine che era stato loro concesso e devono quindi invertire la tendenza per conseguire gli obiettivi previsti dal Protocollo.

 

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